Mr. Angelo Flaccavento: L’intervista vis-à-vis.

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Il suo nome è sinonimo di stile, di moda, di parole scritte bene.
E’ un giornalista, uno dei migliori, di quelle penne che descrivono la Moda come nessun altro sa fare. Ma è anche una Fashion Icon, paparazzatissimo nei suoi look eleganti e personali, con i suoi papillon e i suoi blazer sartoriali.
Elegante, garbato e straordinariamente carismatico, nello stile e nell’anima.
Mr Flaccavento, è così che lo chiamano. Mr Angelo Flaccavento.
Vive in sospensione tra la Sicilia e il mondo intero e si considera un writer che evolve la sua scrittura con le metamorfosi della Moda. E’ un uomo galante, di quelli che si curano di farti indossare il cappotto e ti versano l’acqua nel bicchiere, che ti incantano raccontando la storia di una vita tuffata nell’estetica e nell’introspezione.
Eccolo per voi. Le sue parole, i suoi pensieri, le sue risposte alle mie domande.

 Da vero gentleman mi ha invitata a pranzo, in un casale antico di una Ragusa fredda e soleggiata allo stesso tempo. Questo è ciò che ci siamo detti.

Angelo Flaccavento &  Me

Mr. Angelo Flaccavento: L’intervista vis-à-vis.

 

L: Da siciliana come te, non posso che esordire con questa domanda: Perché hai scelto di vivere in Sicilia come base della tua vita, in un’Italia in cui la capitale della Moda è Milano? C’è un qualcosa, un motivo, una leva che ti radica fortemente nella tua Ragusa?

A: Ragusa è la mia città, il luogo dove sono nato e cresciuto, anche se non troppo compreso. La Sicilia è una terra difficile da vivere se sei diverso, se non ti piace ciò che piace agli altri e soprattutto se non intendi omologarti. Ma sono una persona solitaria, di quelle che hanno bisogno di fermarsi e riflettere, di pensare, di scrivere, quando il mondo corre troppo veloce. Sono in continuo viaggio, la mia valigia è sempre pronta ( o meglio, le mie valigie), la mia vita è in perenne evoluzione: sono più che altro un viaggiatore che torna nel suo porto per rielaborare tutto quello che ha vissuto nei suoi viaggi. La verità è che ne ho bisogno, sento l’assoluta necessità di non far parte della giostra della moda con i suoi eventi e i suoi party trecentosessantacinque giorni l’anno h24, ma di staccare la spina e tornare nel mio rifugio per godermi veramente quello che faccio e ricaricarmi. Ho bisogno di stare da solo e di vivere la vita mondana della Moda in pillole, a giuste dosi: è così che non diventa una routine, ma ogni volta una nuova avventura. Sono indipendente, autonomo, libero. E Ragusa mi permette di essere tutto ciò che sono e di estraniarmi da questo mondo per rifugiarmi nella lettura, nella scrittura e nella mia analisi interiore ed esteriore.

L: ) Quale è stato l’impulso da cui è germogliato il desiderio di intraprendere la via della Moda? Se è iniziato tutto da un’occasione, da un pretesto oppure da un appetito, da un bisogno di esprimere quello che sei con le parole e con gli abiti.

A: Come ti dicevo prima sono sempre stato diverso dai miei coetanei. Da bambino, quando gli altri collezionavano figurine di calcio e correvano per strada per giocare a pallone, io preferivo passare i pomeriggi da mia zia che possedeva un negozio in cui vendeva abiti di alta moda. Erano gli anni ottanta, un epoca in cui la Moda entrò prepotentemente nelle vite di tutti, in cui c’era avanguardia vera. Ed io ero affascinato da quelle stoffe, da quelle forbici da sarta. Mia zia mi prestava i giornali di moda ed io li portavo a casa, li sfogliavo, ne leggevo ogni parola, divorandoli. La mia infanzia fu tuffata nell’estetica a trecentosessanta gradi: i miei possedevano un negozio di mobili ed io ho sempre amato disegnare, al punto tale che per un periodo ho pensato di voler fare l’architetto. O lo stilista. Ma poi ho capito che ciò che mi piaceva di più era scrivere, era così che esprimevo tutto ciò che avevo dentro. La mia vita è stata costellata da donne forti che hanno forgiato il mio carattere e mi hanno spinto verso ciò che sono adesso: la prima è stata una mia professoressa delle medie, che non mi diceva mai “bravo” quando facevo bene e mi spingeva a fare sempre meglio, lo stesso successe all’università con un’altra professoressa che allo stesso modo mi fece capire di non accontentarmi mai, ma di cercare e ricercare sempre l’optimum. Un giorno, mi trovavo a Parigi per un viaggio di piacere, e pensai di recarmi nella redazione di Dutch per propormi come giornalista: fu lì che iniziò tutto concretamente. Era una rivista olandese, che aveva redazione in Francia, con un approccio nuovo, pubblicava foto di nudo e parlava di Moda in un modo completamente diverso. Il direttore fu la terza donna importante nella mia vita: mi chiese se avessi mai scritto in inglese, risposi di si, mentendo. E lei credette in me. Da allora cominciò la mia carriera. Ed oggi c’è un’altra donna forte che crede in me tutti i giorni, che mi stimola a dare il meglio come nessun altro sa fare, severa si ma che sa elogiarmi quando un pezzo le piace: è Paola Bottelli, caporedattore de Il Sole 24 Ore e direttore di Moda24.

 

Angelo Flaccavento Outfit

 

L:Cosa pensi della tua esposizione mediatica, dell’essere diventato una fashion icon del panorama Moda, paparazzato e immortalato nelle tue mise mai scontate?

 A: Essere al centro dei flash dei fotografi mi mette sempre un po’ a disagio, semmai preferisco essere intervistato, perché sullo stesso piano di imbarazzo mi dà molta più soddisfazione. Ma ogni essere umano è fatto di vanità, e come tale, tutta questa attenzione lusinga anche questa parte di me. Da non molto ho scoperto anche instagram: è lì che viene fuori maggiormente il mio lato narcisistico, perché immortalarmi negli autoritratti delle mie mise giornaliere mi diverte moltissimo.

L: C’è qualcosa da cui trai ispirazione in ciò che scegli di indossare e nella scrittura? Un’epoca della Moda, un personaggio, uno stilista?

A: Il mio stile negli abiti e la mia scrittura attingono da fonti che si fondono e confondono al tempo stesso. Leggo moltissimo, ma non di moda: Leopardi, Ennio Flaviano, Agota Kristof, Carlo Emilio Gadda. Sono tutti scrittori introspettivi e sperimentatori, raffinati e nostalgici. Sono poeti e narratori, che partono dalla storia come punto fermo della loro scrittura per ricercare sé stessi e la propria anima. La storia, appunto, è una delle mie sicurezze quando scrivo: non si può mentire ad una data, non si può quando c’è una cronologia. La storia è verità, è il pilastro degli eventi che crea i riconoscimenti veri: se Cerruti fu il primo negli anni settanta a disegnare una giacca decostruita bisogna dargliene atto, è un dato di fatto, una certezza. E, come la scrittura, anche i miei abiti denunciano una volontà d’ispirazione lontana dai lustrini della moda: la mia predilezione per il formale fuori registro ha come icona assoluta David Hockney, uno dei più noti pittori britannici e dei principali esponenti della Pop Art Anglosassone.

L: Durante le ultime passerelle, gli stilisti hanno attinto dalla Moda di un tempo, dai favolosi anni ’50, dai ’60, dai ’70 e anche dagli ’80. Sembra che ci sia un ritorno alle origini, come se la vera avanguardia fosse il passato nel futuro. Qual’é la tua opinione circa questa tendenza e riguardo il Vintage che sembra essere l’ultimo trend non solo da amatori? 
A: Ciò che maggiormente differenzia la Moda di oggi dai decenni scorsi è la velocità di esecuzione. La troppa fretta, la grande quantità di richiesta del mercato, la vita di corsa, il dover stare al passo con la concorrenza, sono tutte concause che confluiscono in un’unica conseguenza: la mancanza di personalità di questa nuova Moda. Non c’è più tempo per pensare, per creare, per inventare una nuova avanguardia. E si attinge da quegli stili che sono diventati icone, che favoriscono la certezza di creare collezioni che piacciano al grande pubblico. Ma anche di tutto questo circo non si deve fare insiemistica: c’è chi fa copia-incolla di stili passati e chi li reinventa, e questi ultimi hanno tutta la mia stima. Tu hai indosso un cappotto di Marni, per esempio: il suo taglio ovoide e la fantasia optical anni sessanta, hanno però un qualcosa di nuovo, raffinato e geniale. Sono un nostalgico –oramai lo sai- ma credo anche nella necessità di guardare avanti, nell’inventiva e nell’eleganza. Ma è solo la mia modesta opinione: posso avere un’aria austera, ma credo soprattutto che la leggerezza sia la qualità essenziale quando si parla di Moda e ho grande rispetto per il lavoro di tutti i designer.

L: La barba, ti rappresenta insieme al tuo look da gentiluomo d’altri tempi. Come nasce la scelta di uno stile assolutamente personale, che non insegue i trend di stagione ma resta sempre fedele a sé stesso?

A:  La mia barba ha una vita tutta sua. Inizialmente la portavo più rasa, poi è cresciuta ed ora fa parte di me. E’ il mio scudo, è colei che mi protegge dal mondo esterno, così come gli occhiali tartarugati. Ma è per me anche altamente simbologica: la barba è sinonimo di forti personalità, di grandi personaggi, la portano frati e generali, uomini di storia ed asceti. E si sposa perfettamente con la visione che io ho della Moda maschile e del mio stile fuori dalle convenzioni odierne. E’ un feticcio che mi contraddistingue, ed allo stesso tempo un rituale: ogni mattina shampoo e balsamo, ogni settimana dal barbiere perché sia sempre in ordine. Del resto, se l’estetica è ed è sempre stata una caratteristica della mia persona, non potrebbe essere altrimenti. Esprime completamente quello che sono: una persona introspettiva che vuole salvaguardare la propria intimità e rivelarsi agli altri con una figura d’antan, gentile e cortese. E’ il tratto iconografico di uno stile disegnato su di me, con la nostalgia del papillon che guarda indietro, all’epoca dei grembiulini di scuola, e la scelta di un uniforme che non mi abbandona mai. Un blazer sartoriale, una camicia abbottonata fino al collo, un pantalone di una taglia più grande, risvoltato sulle caviglie. E’ la celebrazione di una figura d’altri tempi, di un gentiluomo, delle buone maniere, di un garbo che mi appartiene e che voglio mostrare al mondo esterno, non dimenticando mai, però, che in fondo sono solo vestiti e vanno vissuti con frivolezza: possono stancare, mutare, annoiare e va bene così. 

L: Hai uno stilista preferito? C’è qualcuno che ti rappresenta più degli altri, a cui ti senti più affine nello stile?

 A: Non amo gli eccessi, la volontà di stupire a tutti i costi, la Moda circense. Apprezzo la sartorialità, la ricerca, il modo di vestire gentile e garbato, e sono sempre stato così, fin da bambino. La prima volta che mi recai a Milano fu con mia zia, ero piccolo e restai folgorato dalle vetrine di Comme des Garcons, in un’epoca, gli anni ottanta, in cui tutto era vestito di paillettes e lurex. Già allora scelsi l’eleganza, la sobrietà, le monocromie, la perfezione dei tagli e la sensazione che può regalarti un tessuto. E, secondo a Rei Kawakubo, c’è Rick Owens, altro preferito nella mia concezione di estetica di moda: il suo rigore, il bianco e nero, i suoi abiti modellati attorno ad un’ideologia di crudezza, lo rendono unico quasi come fosse uno stile di vita.

L: Quali sono le tue letture preferite nel contesto web 2.0? Dai una sbirciatina tra i blogs di moda, siano essi outfit-blogs o blogs-magazine? Se si, quali sono i tuoi preferiti? Preferisci leggere un blog più personale strutturato come diario di stile oppure prediligi recensioni maggiormente professionali?

A: Non ho molto tempo per girovagare tra i blogs, la mia giornata è spesso vincolata dagli obblighi che un quotidiano può dare, con i suoi tempi strettissimi e gli articoli scritti al volo. Ma quando posso, navigo tra i siti di fotografia e i blogs di Tumblr, in cui trovo grandi ispirazioni. Sono affascinato dalle foto artistiche, particolari, creative. Ed infatti, anch’io ho da poco creato il mio PoeticallyPunk, che non è proprio un blog, ma una raccolta di immagini trovate e parole mie, appartenenti a vecchi articoli, che esprimono molto sul mio gusto e approccio.
L: C’è qualcosa che ti disturba nello stile di una persona, qualcosa assolutamente da evitare? 
A: La forzatura e l’omologazione. Se non ci si sente a proprio agio nei vestiti che si indossano si percepisce assolutamente, e non è gradevole.

L: Una frase, una citazione, un aforisma che ti rappresenti.

A: “La realtà è il prodotto dell’immaginazione”. ( Wallace Stevens ). Non siamo altro che ciò che immaginiamo, e creiamo la nostra realtà con quello che la nostra mente percepisce. Sia esso un outfit, un blog, un modo di vivere, qualsiasi cosa componga in nostro presente è il puzzle delle fantasie concepite dalle nostre idee.

L: I ringraziamenti sono dovuti, per aver affidato a me ed al mio blog i tuoi pensieri. Ed una domanda è lecita: cosa ne pensi di The Vogue Advisor? (sinceramente, ogni tua critica è ben accolta)

Di The Vogue Advisor mi piace il tono intimo, quasi da diario, e la passione autentica per la Moda che pervade ogni post. Ha un tono tutto suo, il che è segno di stile.

 

Un grazie immenso ad Angelo, per avermi concesso un po’ del suo tempo, per avermi raccontato la sua storia, per la gentilezza e per la disponibilità. E l’augurio che quel luccichio carismatico che ha negli occhi continui ad accompagnarlo sempre.

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