#CataniaAnimaMia.

E niente. Quello che ho capito, percepito e compreso in questi anni è che non si smette mai di essere siciliani. E soprattutto catanesi. Neanche se ti trasferisci a Tokyo. E che quel sole te lo porti dentro ovunque tu vada, come io mi porto dentro Catania.

E mentre camminavo tra le sue strade inondate di sole verso una #CorriCatania vissuta passeggiando (per la serie l’importante è partecipare), ho pensato che dovevo raccontarvela. A modo mio.

Raccontarvi di Lei. Di tutte le volte in cui mi perdo tra i vicoli delle sue contraddizioni, di quel mercato voluttuoso e abbondante meglio conosciuto come Fera O’ Luni perchè avrebbe dovuto svolgersi solo di Lunedì (avrebbe). Delle sue spiagge che dividono la torta del suo popolo in due fette distinte, gli scoglioni e i sabbioni, gli inconciliabili fan oleati dei solarium con vista faraglioni e la gente della Playa. Di tutti i lidi che doposole di vestono di gran sera. Dei ristorantini in vico Santa Filomena, con i tavolini fuori anche nelle mattine di Gennaio. Dei pranzi al volo da Savia inzuppando una brioche col tuppo dentro una granita di mandorle e cioccolato con Marina. Della montagna che ogni tanto si arrabbia, come una mamma sgrida i suoi figli, ma non farebbe mai loro del male. Del mare che entra dentro la città e raffredda la sabbia nera e rovente di San Giovanni li Cuti. Degli innumerevoli marines americani seduti al Waxy O’ Connor’s con la birra in mano a caccia di ragazze. Del selz limone e sale al chiosco di via Umberto come rigenerante dopo ore di shopping. E del fatto che qui si scrive happy-hour ma si legge arancino, e si mangia caldo tra le mani, altrimenti non ha senso. Dell’elefante di piazza Duomo tatuato nel cuore dei catanesi. Di una metropolitana che è come se non esistesse, perchè ci piace camminare sotto al sole e incasinarci per il parcheggio. Dei tacchi che si incastrano tra le balate di via Etnea per dispetto. Come gli ambulanti che ti svegliano alle otto di una domenica mattina. E di ogni volta che viene giorno, ed è un sole nuovo, dopo la notte. Quando Catania non dorme, ma s’ammuccia.

“… io so
che ci sono città che non sanno vivere
come si vive a Catania d’estate
quando più fa caldo meglio è, perché
non ha vissuto chi non sa che cos’è
un chiosco delle bibite a Catania…
e ce ne sono cento… e tu ti ci avvicini
portando il tuo deserto sulla lingua
e un principio di incendio tra i capelli…”
Pasquale Panella

4 Comments

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*