C’era una volta Karl Lagerfeld

Era l’inverno del ’43. I fiocchi cadevano lenti su Amburgo mentre la città e le sue campagne si illuminavano a giorno ad ogni passaggio dei raid aerei. Ma Karl non aveva paura. Era coraggioso, come solo un piccolo uomo può essere. Un piccolo uomo con un ego gigantesco. Un bambino che desiderava non essere un bambino.

karl-lagerfeld-boyAveva pressappoco dieci anni e già le idee chiare, Karl. Era uno di quelli che parlava poco e pensava tanto. Uno che indossava camicie di seta e grandi papillon, proporzionati più al suo carattere che alla sua età. Che sapeva parlare francese e inglese quanto bastasse per farsi comprendere. Un tedeschino figlio unico e viziatissimo, partorito da una Germania nazista e da due genitori esigenti, dalla disciplina e dal rigore di una famiglia per bene, da un’Amburgo martoriata ma altezzosa.

Mia madre era molto diretta quando parlava con la gente. Sapeva anche essere cattiva, ma in modo divertente. Io non credo di essere altrettanto divertente. Spesso mi trovavo a dover rispondere velocemente alle sue domande, e dovevo anche dare una riposta divertente… se non riuscivo a farlo entro dieci minuti, lei mi dava uno schiaffo.

karl-lagerfeld-youngE passarono le estati e poi gli inverni. I Natali, uno ad uno. La Guerra e il suo dopoguerra. Gli anni freddi della divisione della grande torta tedesca. E Karl era ancora lì, adolescente e apparentemente immobile, con quel caos nella testa che lo avrebbe spinto fuori. Lontano. Distante dalle sterpaglie delle campagne di Amburgo, dove adesso c’era solo silenzio. Troppo, per lui.

Mamma, ma perché non andiamo via da qui? Lontano da tutta questa decadenza..

Prese il coraggio a piene mani in un pomeriggio di Novembre. Lei lo accarezzò dolcemente sul viso, con quello sguardo a metà strada tra il consenso e il dissenso. Si accovacciarono davanti al camino della grande casa, e decisero. Che il loro futuro doveva correre via. Che Parigi li avrebbe accolti.

E così fu. Le strade odoravano di pain au chocolat e di poesia. Di estro. Di moda e di sogni. Di Christian Dior e del suo sfarzo compresso nei termini New Look. Di un acerbo Yves a capo di una grande maison. Erano gli anni beat della grande Parigi, e Karl disegnava. Stringeva mani importanti e chiacchierava col suo affascinante accento tedesco. Si ispirava e respirava moda nei salotti della bonne vie. Era il 1955, due anni dopo aver messo radici in terra francese, e quella geniale consapevolezza era finalmente affiorata laddove tutti potevano vederla. Sugli abiti. I suoi abiti.

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Yves lavorava per Dior. Altri giovani che conoscevo e che lavoravano per Balenciaga pensavano che fosse Dio, invece io non ero così impressionato.

YSL & KLFu un cappotto di lana a incoronarlo. Un cappotto giallo, con una scollatura sulla schiena che non si era mai vista prima. Abbottonato sul davanti. Unico e diverso, come Karl. Un cappotto che non era solo un capospalla, ma il lasciapassare per quel mondo di cui adesso faceva parte. Vinse così il premio Concours de la Laine e fu adottato dalla maison Balmain, nelle cui stanze camminò e disegnò per tre anni. Trentasei mesi di scale, fino ad arrivare in cima, sgomitando e giocando d’astuzia e di abilità, a colpi di matita e di arte. Ma la fame di Karl non era ancora soddisfatta. Quelle stanze erano un’altra volta troppo strette.

Mi aveva stancato la faccia dell’assistente del signor Balmain. E poi la tecnica, che era sempre la stessa: da una sottogonna di tulle piantata su un bustino, si lavorava.

E così, migrò da Jean Patou. Gomito a gomito con le sarte, imparando sempre e annoiandosi a volte. Lamentandosi altre. Insoddisfatto e assetato di moda. Convinto e consapevole che due sole collezioni da sessanta modelli non avrebbero mai potuto saziarlo.

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Io mi annoiavo anche qua, perciò mi licenziai e provai a ritornare a scuola, ma qui non studiavo, quindi ho passato per lo più due anni sulle spiagge – suppongo di aver studiato la vita in questo modo.

La vita. Quella vita che voleva. Che si era preso. Quel treno che lo portò ovunque volesse andare. Da Fendi, qualche anno dopo, in cui le sue mani, adesso sicure, ne disegnarono il logo, lo stesso che oggi ci è tanto familiare. Poi da Krizia, passando da Mario Valentino e da Chloè. Fino ad arrivare a Chanel. E a sé stesso. Il nostro adorabile e inimitabile Kaiser Karl Lagerfeld, il mercenario soldato della moda che diventò un generale.

 

Credits Le Stanze della Moda/Tumblr/Vogue.de

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