Di Zara e di certe storie.

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Perché andare da Zara ad inizio stagione, è come andare da Ikea. Ci vai anche se non ti serve nulla. Ci vai per bighellonare e crogiolarti nei tuoi dubbi esistenziali circa i centimetri in più sui fianchi -che me la provo la xs? l’anno scorso mi entrava. – Ci vai per fare un giro e passare un pomeriggio in cui piove e al cinema non c’è nulla che ti piace. Ci vai tanto per, diciamola tutta. E poi ti ritrovi con due sacchetti in mano e qualche spesa in più da segnare sul libro nero.

Ecco la storia va un po’ così. Tu entri senza grilli per la testa. Con la mente libera da ogni convenzione. Entri, cammini, guardi. Ti soffermi. – Ma che carino, mi piace – e via il primo abito sull’avambraccio a mò di venditore di tappeti. – Ma c’è anche il suo cappotto – E ancora un’altro abito e una gonna perché no, tanto a provare non ci metto nulla. E il pantalone che ti sta tanto bene e conosci il modello? Ci sono i nuovi colori, perciò lo prendo e lo rivolto sempre sul medesimo avambraccio dalla forza sovrumana solo per capire come mi sta quest’anno. E in quell’istante squilla il telefono. Ti distrae. Rispondi ed è la mamma che ti chiede cosa vuoi per cena. La congedi con un semplice – sto facendo una cosa importante, sono impegnata -. E nel frattempo, per colpa sua e come conseguenza di quella deconcentrazione, hai capovolto sulla spalla due di quei cardigan basic che tanto me li metto su tutto.

Ecco, adesso si entra nella fase vucumprà/style. Quella in cui cammini con nonchalance verso i camerini e sei ricoperta da una decina di capi e la signorina in divisa nera, con la piega perfetta e il sorriso accattivante di chi già sa come andranno le cose, ti dice: mi spiace, solo sei capi per volta. E tu, con la tua migliore espressione di sbadatezza, del tipo – cado dalle nubi perchè non sono mica avvezza a questo genere di comportamenti io -, scaraventi con grazia i cardigan e le maglie sul tavolo neanche se fossimo al mercatino della domenica e slitti come un’anguilla dentro il primo camerino disponibile.

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Ora, il problema di Zara è la vestibilità. Problema nel senso che veste bene. Troppo bene. Che un culo così con un paio di pantaloni che costano 29,99 euro non si è mai visto (che si dice culo, e non sedere). Che pure la gonna ti sta bene. Che stai sudando e ti stai stressando perchè ascolti quelle in fila che si lamentano. Che -vabbè non è che vado in fallimento se me li compro -. Che ti rivesti scordandoti di infilare bene la camicia dentro ai jeans per liberare quel posto di perversione mentale, che se lo sapevo mi mettevo i leggings così era più facile provare. Perchè solo di quello si tratta, di una prova. Di un’analisi sul mio stato psicofisico molto debole e facilmente influenzabile, a quanto pare.

E sei capi e un quarto d’ora dopo, esci fuori da quel guscio bianco con gli occhi bassi per non incrociare gli sguardi di coloro che son sospese lì davanti, ad aspettare che tu finisca. Arraffi con maestria i cardigan mischiati ad altri cardigan sul tavolo della zona di prova senza la benché minima consapevolezza che quella è una capacità da supereroe, perché come si fa a riconoscerli tra tanti non mi è dato sapere.

Prendi tutto. Vai alla cassa. La fila. Davanti a te altre dieci ragazze. Ti guardi intorno. Alla tua destra gli occhiali da sole, appoggiati sullo scaffale all’altezza degli occhi, chissà come mai. Li indossi e ti rifletti in quello specchio che per un caso fortuito si trova proprio lì, davanti a te. – Ah però, come mi stanno bene. –

Abbiamo proiettato: Un pomeriggio da Zara solo per fare un giro. Le immagini fuorvianti annesse provengono dal medesimo sito e sono a scopo dimostrativo della pericolosità del luogo. Maneggiare con cura.

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