Chanel F/W 2018 (forse Karl non lo sa)

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Forse Karl non lo sa. Non lo immagina neanche mentre divide la sua esistenza tra fogli di cartoncino immacolati e matite colorate. Non ne ha la benché minima idea nonostante della consapevolezza del suo talento ne abbia fatto bandiera e vita. O chissà, forse ci pensa la mattina presto, quando davanti allo specchio sistema i capelli candidi dentro a un fermacoda e si guarda allo specchio, occhi nei suoi occhi. O la sera, tardi, mentre sprofonda tra le lenzuola, che scommetto siano di seta pura, e bianca.

chanel-2017-6Non lo sa perché è troppo preso dal fare il nonno a quel piccolo pargolo che si chiama Hudson, adottato dalle passerelle e svezzato nei backstages, che poi – parliamoci chiaro – non farà mai il bambino come i bambini dovrebbero essere, ma qualsiasi mamma al mondo vorrebbe per suo figlio un nonno come Karl.

Karl non ci pensa neanche. A noi. Noi tutte.

Non pensa che ci regala la possibilità di sognare. Che lontano migliaia di chilometri da lui, c’è una ragazza che trascorre la sua domenica mattina imbambolata davanti al pc, con in mano una tazza di caffellatte e gli occhi pieni della sfilata fall/winter 2018. Che non è che noi guardiamo la collezione, la studiamo, cogliamo il particolare e poi fermo immagine e rewind. Per capire e cogliere cosa ne sarà di noi questo inverno che verrà, quando ancora sarà un’altra estate. Quale bianco sarà il nostro bianco, perché i bianchi non sono tutti uguali ed è importante comprendere se di perla si tratta o di burro o di bianco assoluto. Non pensa a noi, lui disegna e basta. Immagina. Guarda oltre. Sperimenta.

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Lo spazio come via di fuga. Come futuro, per scappare dalle convenzioni di un’epoca senza avanguardia. E in mezzo agli schizzi dei piumini-coperta di silver e le stampe astronauta ci mette ciò che vogliamo. Senza rifletterci troppo, forse. Ci mette i colli ad anello e le 2.55 sotto braccio. Le tute e i capispalla in pied de coq. Il bouclè. I pantaloni da uomo col piegone e i mille fili di perle al collo. Le piume e le paillettes per le notti di luce e di stelle. E gli stivali con la black toe, quelli che fanno sognare. Quelli di cui abbiamo bisogno.

Ma siamo noi quelle che lo amiamo. Quelle che salirebbero davvero sull’astronave per seguirlo. Siamo noi che compriamo un salvadanaio di quelli di terracotta, senza chiave, e vi scriviamo sopra due CC con un pennarello, per poi romperlo dopo non meno di due anni, per quella borsa che non è una borsa ma è un desiderio.

Lui non può sapere che gli perdoniamo anche l’aumento dei prezzi ogni Aprile, nonostante quel salvadanaio sarebbe stato pronto e invece. Invece ancora qualche mese. Che l’attesa aumenta il desiderio. E il premio diventa più ambito.

Carissimo nonno Karl, siamo noi quelle che descrivi nei tuoi figurini, forse non lo sai. E nonostante tutto, l’unica cosa che ci viene da dirti dal profondo del cuore è grazie. Grazie perché sei proprio così, perché non ci pensi. Perché non disegni per vendere. Tu disegni e basta. Senza riflettere. Ed è per questo che basta entrare in boutique per sentirsi felici.

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