Lei. La Chanel 2.55, da cui indietro non si torna.

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E poi ci sono loro. Le borse da cui indietro non si torna. Quelle borse che se ne hai una ne vuoi un’altra, come le ciliegie. Che c’è chi colleziona orologi e gioielli, ma c’è anche chi considera loro un gioiello. Un amore. Una delizia, che se ne assaggi una sotto braccio, non puoi più farne a meno. Ne vuoi sempre di più. Diventi ingorda.

E che le altre, sono solo -le borse da tutti i giorni per non rovinare le Chanel-.

Perché dire 2.55 non è solo chiamare una borsa. Non è solo un’icona. E’ l’amore per il particolare. Il dettaglio. E’ che vuoi saperne sempre di più. Che non ti basta conoscere la favoletta dei rombi allineati ad arte. Non è sufficiente sapere di quel noto Febbraio del ’55 in cui fu ideata, bisogna conoscere i perché e i per come.

Tipo il perché di quella tasca posteriore esterna, così inutile all’apparenza. Nata e creata per accogliere i biglietti d’ingresso del teatro, senza dover cercare dentro. O le monete, perché noi ragazze sappiamo anche esser pratiche oltre che sognatrici. Che ha anche un nome e che si chiama Poche Sourir -tasca del sorriso- perché non è altro che un omaggio a quell’espressione affascinante ed enigmatica della Gioconda. E dell’altra appena sotto la prima patta, per nascondere segreti e lettere d’amore, come faceva Coco, quando ancora non c’era WhatsApp a prendere il posto di carta e penna. E dell’altra ancora, quella anteriore, per i biglietti da visita perché una vera signora non detta il suo numero ad alta voce ma concede con grazia la sua carte professionelle.

vintage-chanel-cc-lock-E del motivo di esistere di quella piccola incisione nelle due CC della chiusura mademoiselle, a palesare che di oro si tratta. E che a prescindere del fatto di essere sposate o no (e da qui Mademoiselle lock perché Coco non prese mai marito) noi valiamo. E di oro ci copriamo.

E del fatto che ha due patte. Una nascosta, a chiudere la borsa e celare il vero contenuto. Perché non è bene sbirciare nell’intimità della borsa di una signora. Non si sa mai cosa possiamo infilarci dentro.

Dentro. Quel dentro di un nostalgico rosso bordeaux come le divise scarlatte che in orfanotrofio portavano Coco quando era ancora e solo Gabrielle, a ricordarci che siamo donne che si sono fatte da sole. Che ce le meritiamo queste borse. Che sappiamo da dove veniamo. E che viviamo di ricordi, facendone tesoro. Dentro. Dove due tasche gemelle non sono lì per caso, ma sono fatte sulla stessa misura di un portacipria, perché ogni ragazza ha il diritto di alzarsi da tavola e incipriarsi il naso.

E poi le catene. Pesanti. Scroscianti. Così come devono essere. Quanto la memoria dei portachiavi dei custodi di quell’orfanotrofio. Depositarie e garanti dello spessore delle nostre anime. Quando posi la borsa sul tavolo e da quel rumore, morbido della pelle del nastro e pieno del metallo, si sente che sei arrivata. La tua personalità. Il tuo cuore. Tu. E lei.

Lei. La 2.55. Da cui indietro non si torna. Non si può.

E ne serve una nera, matelassè classica, in onore al merito delle giacche dei fantini che affascinavano tanto Coco. Una Chevròn, perché quel motivo a lisca di pesce nato nel 1960 è attuale e moderno mai come adesso. E una gialla. O rossa. O blu. Anche verde smeraldo, perché no.

La verità è che è poesia.

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2 Comments

  • Cricri scrive:

    La 2.55 è,per me,l’unica borsa Chanel da avere. Assolutamente. In nero,proprio come quella che Gabrielle appoggia sul muretto il tempo di una foto ( immagino…) la più bella e la meno inflazionata; a Karl dobbiamo la sua resurrezione ed il suo aumento di prezzo ingiustificato ma è la borsa della vita.
    Perché le foto della Timeless? Non regge il paragone con il mito e crea confusione.
    Bell’articolo,scritto con il cuore da un’appassionata.

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