La storia di Grace, Flora e Rodolfo.

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 Milano. 1966. Ore 18.35.

Era settembre e faceva ancora caldo. L’aria era afosa e annoiata dei pomeriggi in barca a vela, tra le colombelle della costiera azzurra. Uno spicchio di sole illuminò la macchina nera ferma in via Montenapoleone, come un riflettore. Grace poggiò appena un piede fuori dalla portiera, splendida nel suo completo bianco. Con un gesto ritoccò i capelli, fermi in uno chignòn basso. Lui si precipitò, porgendole la mano, come ogni volta da dieci anni.

– Facciamo una passeggiata, mon bijou. – La sua mano era tesa, invitante, sicura. – Andiamo dove vuoi. Da Cova, prendiamo un caffè italien. –
– Va bene, ma voglio prima fare un giro. Dovrebbe esserci Valentino qui vicino. – I suoi occhi si illuminarono. La sua bocca si piegò in un sorriso irresistibile per Lui come quelle parole dal retrogusto americano.
– Tutto quello che desidera la mia principessa è un ordine. – E la guardò. Come solo Lui sapeva guardarla.
Era bella Milano ai suoi occhi. Piena. Austera. Un po’ capricciosa. Come Lei. E si sentiva rilassata in quel pomeriggio di fine estate rubato ai doveri monegaschi.
– Guarda quella vetrina. Quello è Gucci. Adoro il suo stile italiano. E’ così très chic. – E si avviò, con passo veloce, come una bambina attratta dalle caramelle.
– Mi piace quando parli francese. – Sorrise Lui.  – Da impazzire. –
Era ancora il suo principe. Lo sarebbe stato per sempre. Si guardarono, complici. Per la frazione di un attimo, interrotto da una voce piena e calda. E da una mano che li invitava ad entrare. –

– Principe. Che onore. Cosa posso fare per Lei? – era Rodolfo Gucci, emozionato.
– Può fare ciò che vuole la mia Grace. Prego mon bijou, dopo di te. –

E lei si guardò intorno tra le teche di vetro italiano. Tra le stoffe fregiate e i racconti di Rodolfo, di quando era piccolo e il suo papà lavorava le pelli. E sembrava non ascoltarlo, fin quando:

– Anche io sono stato un attore. –
– Really? – si voltò con un sorriso meraviglioso e incuriosito.
– Sì, è stata una bella avventura. – rispose imbarazzato. – Ma adesso parliamo di cose serie. – ribadì con un inglese maccheronico. – Un presente per la bellissima principessa, cosa posso omaggiarle come souvenir dall’Italia?-
Grace lo guardò. Era difficile stupirla, ma quel pomeriggio qualcosa in quella boutique l’aveva affascinata. Intrigata e intenerita.
– Ma non deve disturbarsi. Non è necessario. – rispose imbarazzata.
– E’ davvero un grande onore per me. Insisto. –
– Va bene. – annuì con dolcezza. – Vorrei un foulard. Grande e colorato. Per portar via con me un pezzettino di Italia e dei suoi giardini. –
Rodolfo deglutì in silenzio, consapevole che il suo cassetto dei foulard fosse troppo misero per una principessa. La sua anima da attore prese il sopravvento e mentì senza esitazione:
– Principessa, il fatto è che stiamo sviluppando un modello di questo tipo proprio in questi giorni. Non appena pronto, le garantisco che sarà la prima a riceverlo. Nel frattempo, mi permetta di omaggiarle una delle nostre Gucci Bamboo. –
E così si congedarono. Grace stretta sottobraccio a Ranieri si allontanò salutandolo col cenno di una mano.
Rodolfo attese sull’uscio della boutique che la macchina nera divenisse un puntino sull’orizzonte di via Montenapoleone. Poi balzò nel suo ufficio, afferrò il telefono e compose un solo numero, uno soltanto:
– Vittorio (Accornero n.d.r.), sono io. Ho bisogno di un foulard che sia un’esplosione di colori! –

In quella telefonata, tra le parole confuse e ancora entusiaste, nacque Flora.

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