Antonio Marras: il paradiso perduto

C’era una volta, a cavallo tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento,  una casa borghese.
Due ragazze dai riccioli d’oro sorseggiavano tea, con i loro vestiti da educande e quel candore di una gioventù scritta sui volti. E c’era la cantante lirica che intonava una Bohéme sulle note di un pianista. Ed un fioraio, fiero del suo negozio colmo dei fiori di quel giardino perduto nel tempo. C’era una volta la fotografia di una poesia, che narra un’immagine cristallizzata di un’epoca innocente, fatta di artisti, filosofi ed intellettuali.
C’era una volta la cartolina bohémien di Antonio Marras.

Ed in questo idilliaco ritratto mobile, a metà strada tra un paradiso perduto nel tempo e una modernità a tratti sussurrata, sfilano abiti fedeli a sè stessi, non catalogabili in uno stile o un epoca precisa. E dentro a questi, Antonio Marras, il suo estro, la sua matita geniale e distintiva, lontana dagli schemi e dalle mode del momento. Ci sono rose stampate sulle gonne a ruota, fiori sulle maglie d’angora pregiata, ricami tridimensionali sulle giacche. E c’è il colore in questo giardino raccontato sulle stoffe, il giallo sole narrato sui cappotti e le gonne, il rosso cardinale sussurrato sui decori, l’oro appena accennato su scarpe e donne tubino. C’è la bellezza di un tweed gessato, dei patchwork di tessuti che conducono verso la perfezione di un’immagine sofisticata. C’è un’ode al sentimentalismo, in questo canto romantico firmato Antonio Marras.

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