Nata con la camicia.

Se fosse per me la indosserei anche come pigiama. Scalza, con lo smalto rosso e i capelli legati in uno chignon imperfetto. E negli anni si sono accumulate, arrivando a contare quarantuno pezzi. Quarantuno, che se li vedi appesi non sembrano poi così tanti, perchè, come le ciliegie, una tira l’altra. Ce n’è sempre una che ti manca. E Perchè è assolutamente necessaria, eclettica e versatile, indumento d’elezione per le mattine in cui apri l’armadio e non sai cosa mettere.


Maschile, ampia, in cotone egiziano, bianca, cerulea o rosa baby, unica tinta o bastonetto. Aperta a svelare il bikini, insieme a panama e infradito per la spiaggia. Combinata ma scombinata dentro la mini paillettata e con le decolletè tacco almeno-dodici-almeno per la notte e un papillon slegato sul collo, come appoggiato lì per caso. Con un jeans skinny arrotolato alle caviglie così come i suoi polsi che scoprono i gomiti, meglio ancora con una maxi-pochette sotto braccio e con due giri di perle al collo. Con il tuxedo, infilata dentro pantaloni da uomo, sposata a scarpe di vernice rossa e alla lingerie di pizzo che fa capolino dalle sue asole sbottonate. O legata sopra l’ombelico, per i giorni da pin up, con quel disco pant tanto decantato ultimamente. In crepe di seta, rosa cipria o nera, per le notti brave estive, quando fa troppo caldo e ti affidi alla leggerezza del suo tessuto. Quella bon ton, con i cuoricini stampati e il colletto arrotondato da chiudere fino all’ultimo bottone. E quelle di jeans, non una ma tre, perchè il lavaggio fa la differenza, si sa. E mi seguono se parto, dentro una valigia che le stropiccia, ma disposte a tornare in piega appese dentro il box doccia di un hotel.
Una camicia è per sempre.

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