Notre Dame de Paris (la grande bellezza del mal d’amore)

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Quando si apre il sipario, resti lì, incollata a quella Cattedrale. Come per incanto. E vi chiederete perché parlarne in questo salotto, che chiacchiera di moda e di stile e di amori. In primis in risposta ai vostri -ti è piaciuto? – sotto le mie immagini pubblicate su Instagram, e solo un sì sarebbe stato oltremodo riduttivo. Ancor di più perché Notre Dame de Paris non è solo un’opera in musical. E’ un amore. Che nasce come una moda ma in ossessione si trasforma.

Succede che compri il biglietto per consiglio o per diletto. E poi.

La voce, quella di Matteo, come poeta usignolo che apre le porte di quella Cattedrale. I suoi occhi furbi e a tratti teneramente disarmanti di chi della vita si fa gioco. Civettuoli, quasi. Così come chi racconta l’amore deve essere. Senti forte il grido di chi si è perso nel tormento. Nel mal d’amore. E tu non sai dove i tuoi occhi si spostano, vanno avanti su e giù, veloci. Tra le torri e le nicchie. Tra la forza dei clandestini e la ribellione. Tra le voluttà in Val d’amore. Senti forte la bellezza.

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Di Parigi. Di un canto. Di due donne. Esmeralda e Fiordaliso. Loro, come noi. Due cuori, due amori, due metà di noi. Due donne diverse solo nella vernice dell’illusione, nella parvenza della superficie che ne esige una come amore, l’altra come sangue al cuore. Una l’amore puro, infinito, paziente. L’altra frivolezza, sesso, carnalità. Ma le due metà si fondono ché una non esclude l’altra. Che questa crosta epiteliale cadrà, come una maschera. E non c’è sesso senza cuore, non c’è amore senza lussuria.

Per un uomo. Quello sbagliato. Per l’apparenza del fascino della divisa. Per la bellezza, sempre. Perché Lui, il Capitano è bello, come il sole. E un Graziano immenso gli dà voce e fiato, al tormento, alla scelta, alla debolezza della carne. Al desiderio. Che si sente forte, si percepisce. Quell’impulso a cui non puoi dire no. Non puoi.

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Lo stesso impulso di Frollo (alias Vittorio Matteucci), che si strugge, di rabbia, di inquietudine, di voglia e di Lei. Di sentimento contro la ragione e viceversa. Che se l’amore si trasforma in rabbia, diventa persecuzione.

Diventa accanimento e vessazione. Che distrugge il cuore, la mente. Che distrugge tre uomini. Due donne. In un intreccio mortale e pericoloso.

Ed eccolo qui. Il dramma.

Di chi è diviso in due metà perché è desiderato e desidera, come Febo. Di chi vorrebbe ma non può, come Frollo, carnefice e carneficina di sé stesso. Di Quasimodo, che la bellezza, quella bellezza infinita, ce l’ha dentro. Ma gli occhi, non riescono a percepirla, la percepisce solo il cuore, che piange di tenerezza. Per quell’amore che mai si consumerà, inesauribile come quegli amori che ti restano dentro, perché non sono vissuti. E non si rovinano, restano puri. Immobili.

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E non c’è soluzione. L’unica è l’insolvenza dell’amore. La soluzione è la fine stessa. Di ciò che andrà come deve andare che non esiste rimedio alcuno se non l’epilogo del cuore.

L’amarezza. Di una candida Fiordaliso che per amore perde l’innocenza e si fa meschina e voluttuosa per l’esigenza di Lui. Lui, Febo, che sceglie di essere amato anziché amare, ma come si fa a non amarlo lo stesso, che in fondo è il capitano quello di cui ci innamoriamo, tutti i giorni, aitante, malfido e deliziosamente stronzo. Di Frollo, vittima di se stesso, e non c’è scienza e non c’è religione che possa proteggerlo dal desiderio. Di un tenero Quasimodo e del suo amore che vivrà quando l’anima lascerà il corpo perché allora, solo allora, si vedrà la vera bellezza con gli occhi, uscirà fuori dal corpo mostruoso la sua anima leggera, quasi fosse una farfalla. Di Esmeralda, martire per bellezza e per ingenuità, come quando amiamo, ma amiamo intorno, non sapendo che non c’è niente dentro, come quando crediamo ai giuramenti, perché quelle sono le parole che vogliamo sentire. L’amarezza di subire la fatalità, come pedine. L’Ananke. La potenza del destino.

La grande bellezza di Notre Dame de Paris.

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Di questo cast arrivato alla 200esima replica perché questi ragazzi diventati grandi negli anni di Notre Dame (Giò, Graziano, Matteo, Vittorio, Tania e Lola), urlano questo amore e questi tormenti come nessun altro. E li senti vicini, la loro voce e l’anima ti entrano dentro. Ti consumano.

Perché quest’opera ha mille sfaccettature. E per coglierle va vista, e rivista. E non ti stanchi mai. Che sia Agrigento sotto un cielo d’estate illuminato dalla Luna e dalla sua preghiera o dentro un palasport, ovunque sia, ti ritrovi dentro una Parigi del 1482, in un tempo di cattedrali e rinascenza, quando la scrittura si fa architettura. E ogni volta è nuova, ogni volta è diversa. Come tutte le cose senza tempo.

Che se la vedi una volta, una soltanto, resti inguaribilmente turbata e ossessionata. Perché l’amore perfetto non esiste, esistono solo gli amori. E ognuno ha il suo tormento e il suo castigo.

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Credits NDPItalia/ Luigi de Palma/ Giovanni Daniotti/ Tumblr

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