Rossetto non è una parola semplice.

Si fa presto a dire rossetto. Un po’ come quando vai al bar, ordini un caffè e ti chiedono: lungo, corto, ristretto, marocchino, ginseng, americano? La stessa cosa succede per un rossetto. E non parlo di colori e cromie, della scelta di un viola piuttosto che di un rosso, di un arancio al posto di un pink.
Parlo di tipologie. #chevelodicoafare.

Quindi:

1) Ho provato bizzeffe di tinte labbra, alla ricerca spasmodica di quella perfetta. Di quella che se mangi, parli, fumi, non va via. Di quella che non ti secca le labbra. E sono arrivata alla conclusione che le mie preferite sono tre:
– La YSL, quando voglio un effetto lucido.
– La Sephora, che se la spennelli la mattina, la sera è ancora intatta come appena stesa.
– La OCC, vegana, scrivente e morbida.
Perdonatemi, non so scegliere.

2) Il lucidalabbra lo lascio alle teenager. Un rossetto fa vamp quanto basta e ti trasforma il viso. Sa rendere la pelle luminosa e gli occhi più grandi. Ed è eclettico: più naturale se steso con le dita, grafico ed elegante se accompagnato da matita e pennello. Il 183 Sorbet Lipstick di Diego dalla Palma è top. Sappiatelo.

3) Ho scoperto i matitoni di Revlon, per la serie #miservonotuttiicolori. Perchè sono colorati e brillanti, ma trasparenti quanto basta per diventare la scelta d’elezione mattutina. E poi, per l’applicazione basta un viaggio in ascensore, qualità imprescindibile nelle mie mattine compulsive.

Ne ho uno, forse due, per ogni borsa, custoditi nella tasca interna come fossero piccoli scrigni, in un disordine caotico di quelli che quando cerchi quel determinato colore comincia la caccia al tesoro e tiri fuori dall’armadio tutte le borse. Ma, a modo mio, c’è un perchè in tutto questo.

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