Trifari. C’era una volta L’America e un ragazzo italiano.

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Gustà statt accort.. con gli occhi lucidi, la carezza dalle mani di sua madre.

E così, si imbarcò verso il suo sogno. L’America. La terra dei viaggi della speranza. Del tanfo delle navi che ti restava addosso. Delle chimere stipate dentro una valigia di cartone insieme a un pezzo di pane imbottito con il foglio sgualcito della conformità sanitaria.

Di quando a diciotto anni si era già uomini, la barba non ancora sul viso ma il coraggio nel cuore. Quello di crederci e di non mollare. Quello che in un istante ti giochi il tutto e per tutto. Che se solo ti fosse scappato un colpo di tosse in fila per la registrazione, ti avrebbero rispedito a Napoli senza neanche averla vista un attimo, l’America.

E tale Ellis island gli si parò davanti agli occhi. La maestosità della Statua della Libertà che a tanti prometteva e a tanti toglieva. Si pizzicó le guance per ingannare il freddo e i controlli sanitari, e si mise in fila, tra i turchi e gli spagnoli.

trifari-2“Trifari Gustavo” disse a mezza voce.

Non parlava inglese Gustavo, ma pensava in una lingua internazionale. Aveva il bagaglio dei suoi giorni di bambino spesi dallo zio orafo a martellare i metalli e un sogno che aveva l’odore dell’America.

E quello bastó. Bastó davvero.

Per diventare grande. Il grande TRIFARI. Quello che inventò una lega metallica, il Trifanuim, che a quasi un secolo oggi non si ossida ed è più simile all’oro di qualsiasi altro bijoux. Per farsi americano abbastanza e capire le donne di quello che diventò il suo posto nel mondo.

E sarebbero arrivati gli anni della grande depressione e poi del dopoguerra. Gli anni in cui quelle donne affamate di decori a prezzo accessibile è un Trifari che volevano perché poteva brillare sul collo di una diva hollywoodiana ma anche su quello di una dattilografa del New Jersey. Perché sembrava oro ma oro non era. Costava poco ed era bello, maledettamente bello addosso. Come lo è ancora.

Perciò quando sentite il suo nome, tra le bancarelle di un mercatino delle pulci, fermatevi. Pensate a quel ragazzo, Gustavo, italiano con un sogno nel cuore. Ve la venderanno come bigiotteria americana, ma dentro c’è il sole di Napoli e di tutti i i meridionali che partivano inseguendo un futuro migliore. Dentro ci sono le partenze e gli abbracci. La nostra italianità, spesso dimenticata. La nostra storia.

Non so voi, ma io un Trifari l’ho desiderato. E cercato. E adesso sta nel mio cassetto delle meraviglie.

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Photo Credits Tumblr

 

 

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